GionaCAPITOLO 1333
balena
Giona in altre espressioni culturali

1 - Poesia, prosa e teatro


In questo capitolo esploreremo la letteratura sia italiana sia straniera per mettere in evidenza l'influsso che il libro di Giona ha esercitato.

Primo fra tutti, parleremo dell'Ariosto. Nell'Orlando furioso non c'è nulla di interessante per noi, ma nei Cinque canti l'Ariosto narra le avventure di Ruggiero e di Astolfo che si incontrano nel ventre di un'enorme balena. L'animale è alle dipendenze di Alcina e ingoia - non appena può - coloro che la maga indica. I due eroi, non appena si riconoscono, si raccontano a vicenda le loro pregresse avventure, sature di inganni, tradimenti, malvagità. Il mondo li ha delusi e Ruggiero invita Astolfo a convertirsi a Dio e - anzi - a farsi con lui araldo del Vangelo. L'atmosfera di questi canti è molto più cupa che nell'Orlando furioso e molto più piena di tematiche religiose.

Da dove il poeta ha tratto questa immagine di uomini rinchiusi in un cetaceo?

Le possibili fonti sono due, entrambe certamente note all'autore: la Storia vera di Luciano e il nostro Libro di Giona.

L'opera di Luciano era ben conosciuta nei secoli XV e XVI, sia nell'originale latino che nella traduzione italiana. Ci sono stati altri autori che vi si sono ispirati in quell'epoca: Matteo Boiardo nell'Orlando innamorato, Cassio de Narni nella Morte del Danese ed altri ancora.

Da Luciano, Ariosto prende l'idea del pesce immenso: nella Storia vera si parla di molti enormi pesci: quello che inghiotte in un unico sorso l'eroe lucianesco è lungo 1500 stadi (ca. 250 Km); e dentro ci sono colline, selve e intere popolazioni di selvaggi.

Dal libro di Giona deriva all' Ariosto l'altro aspetto: la preghiera, la conversione a Dio. Infatti i due cavalieri progettano di divenire predicatori della parola divina: li agita un grande fuoco apostolico: insomma, si sentono "profeti". Giona proprio nel pesce prega e, uscitone, va a predicare.


Saltiamo secoli ed occupiamoci del parallelo tra il Robinson Crusoe e il libro di Giona, che è stato sottolineato molte volte. Il parallelismo, tuttavia, è evidente nei primi capitoli, ma non nel seguito di questa famosa opera settecentesca di Daniel Defoe.

Robinson a 18 anni fugge da casa lontano dal padre, per smania di avventura . Si imbarca: durante questo primo viaggio fa esperienza di una grande tempesta durante la quale, dalla paura, cade supino sul proprio letto; i marinai gli gridano: "Ehi, tu, che finora non sei servito a nulla, vieni a tirar su acqua come tutti noi". Ma la nave è perduta: tutti si salvano su una barca. E il capitano della nave poi gli dice: "Forse tutto questo ci è capitato a causa tua, come Giona nella nave di Tarsis". E aggiunge che non vuol più mettere piedi su una nave con lui.

Ma nel resto del romanzo non ci sono altri paralleli con il testo biblico. Veramente i critici fan notare che Robinson, quando in una ulteriore avventura si troverà solo in un'isola deserta, si costruisce una capanna di frasche. Ma questo non ha nulla a che fare con il testo biblico; è invece in relazione alla logica del racconto di Defoe, racconto che è un'opera tipica dell'illuminismo: è un inno al razionalismo, all'ingegnosità umana, all'abilità dell'uomo di procurarsi e fabbricarsi quanto gli è necessario per sopravvivere nelle più disagiate condizioni. Un assunto proprio del XVIII secolo, quanto mai lontano, non solo dal libro di Giona, ma da ogni libro biblico.


Facendo ancora un bel salto di un secolo abbondante parliamo ora del Moby Dick di Melville.

Possiamo affermare che in questo libro ci sono due "eroi" e un "anti-eroe": gli eroi sono Achab e la balena bianca e l'anti-eroe è Ishmael , che narra la vicenda in prima persona. Nel libro c'è molto simbolismo, ma raramente esplicito, per cui il fatto che l'autore metta quasi all'inizio della vicenda la predica di Padre Mapple su Giona, vuol evidentemente farci comprendere che questo tema di Giona fa da sfondo a tutto il romanzo: ne costituirebbe la chiave di lettura.

Non possiamo però fare nessun parallelo Giona-Achab. Giona infatti è disegnato secondo l'archetipo dell'eroe ingoiato dal drago e risputato, ma non combatte contro il "drago".

L'eroe di Melville, invece, combatte contro il drago (la balena) ma non viene ingoiato, e muore, crocifisso sul dorso del cetaceo dalle corde degli arpioni. Quanto al narratore della vicenda, Ishmael, non ha nessun parallelismo con Giona, non solo perché non è ingoiato, ma anche perché non fugge da nessuno.

Il principale richiamo a Giona è pertanto solamente la predica. Questa è un rifacimento della prima parte del libro biblico e vi si sottolinea che la ribellione a Dio e il tentativo di fuggire da lui è destinato a fallire: ne consegue un invito che Padre Mapple fa a se stesso quale pastore: deve uniformarsi alla volontà di Dio e non a quella degli uomini. C'è anche l'invito per i suoi ascoltatori a seguire le vie di Dio e comunque a pentirsi, se non lo si è fatto e si è commesso peccato. La figura di Giona che esce dalla predica è piuttosto inconsueta: bieca e quasi vile. Padre Mapple dice: "Non vi metto davanti Giona per copiarne il peccato, ma ve lo metto davanti come modello di pentimento. Non peccate. Ma se vi capita, state attenti a pentirvene come Giona".


E siamo al nostro Pinocchio! Collodi iniziò a pubblicare Le avventure di Pinocchio a puntate settimanali nel "Giornale dei bambini". Alla fine della quindicesima puntata, il protagonista finì impiccato. E Collodi sospese il racconto. Ma i lettori protestarono. Bisognò proseguire: la bella bambina dai capelli turchini salvò il malcapitato e le avventure continuarono per altre quattordici settimane e terminarono con Pinocchio che partiva per il paese dei balocchi. Ma, di nuovo, Collodi dovette continuare. E allora, forse per liberarsi del personaggio, alla fine del XXXVI capitolo l'autore fece diventare Pinocchio un bambino: il burattino non c'era più. Perché ricordare questa storia del libro di Collodi? Per dire che il progetto dello scrittore non prevedeva già fin dall'inizio l'episodio del pesce-cane. C'è una qualche connessione tra questo e il grande pesce di Giona? Si direbbe di sì: è nel ventre del pesce che Giona si arrende e smette di fuggire Dio; è nel pesce-cane "che è più lungo di un chilometro senza contare la coda" che Pinocchio incontra il padre e ha la sua metanoia: protegge il suo vecchio e se ne fa carico.

Certo, non si sa se Collodi pensasse all'episodio di Giona, che però certo conosceva bene perché aveva studiato in seminario e sia gli scritti dei Padri della Chiesa che l'iconografia sono pieni dell'immagine di Giona il quale, del resto, è citato anche in due Vangeli.

Il parallelo Giona-Pinocchio è evidenziato nel libro di Giacomo Biffi, Contro Maestro Ciliegia , in cui si dice: "Pinocchio, come Mosè e come Giona, è 'salvato dalle acque'. L'acqua, che doveva essere principio di morte, si fa per lui principio di vita". Nel pesce avviene la trasformazione determinante. Come Giona, Pinocchio dalle 'viscere del pesce' ha gridato e il padre ha ascoltato la sua voce. E il parallelo continua ancora puntuale.


E ora passiamo al famoso Orwell. Per comprendere come questi veda Giona, dobbiamo fare un discorso a 'scatola cinese'.

Orwell intitola un suo saggio, scritto nel 1940, Nel ventre della balena; in questo parla essenzialmente dell'opera Tropic of Cancer, di Henry Miller. Ma, dopo aver osannato il libro e proclamato il suo autore superiore agli Shaw e ai Wells (che confondono - asserisce Orwell - le proiezioni del proprio 'ego' con il futuro) conclude che Miller è "uno scrittore completamente negativo, inconcludente, amorale, un tipico Giona, un passivo accoglitore del male...".

Per compredere il "Giona" di Orwell, dobbiamo notare che è lo stesso Miller che parla due volte di Giona. Nel suo Max and the White Phagocytes Miller dapprima paragona la scrittrice Anais Nin a Giona nel ventre della balena e poi riferisce di un saggio di Huxley riguardante la pittura di El Greco: The Dream of Philip the Second, in cui sono raffigurate persone che escono dalle fauci di una balena. Huxley commenta: l'idea della "prigione viscerale" è particolarmente orrida.

Al contrario, dice Miller, il ventre della balena è attraente.

Secondo Orwell, questa idea rivela la posizione psicologica dello stesso Miller e commenta: "La pancia della balena è semplicemente un enorme grembo per un adulto. Nell'oscurità, nello spazio ovattato che ti si adatta a meraviglia, con un consistente spessore di grasso tra te e la realtà, puoi mantenere un atteggiamento di completa indifferenza; 'che cosa' accade esternamente non ti riguarda".

Conclude Orwell: "Miller stesso è dentro la balena. I suoi passi migliori e più caratteristici sono scritti nell'ottica di Giona, un Giona contentissimo".

Dunque, in questo saggio abbiamo due "Giona" differenti: quello di Miller, deresponsabilizzato, e quello di Orwell, che scrive il saggio per stigmatizzare ogni atteggiamento di questo tipoe che afferma: "Il Giona storico", se possiamo definirlo così, era ben lieto di fuggire, eppure una miriade di persone lo ha invidiato".

Dunque, abbiamo un Giona di Miller, irresponsabile e felice di starsene nella balena e un Giona di Orwell che sarebbe sì uscito dalla balena, ma altrettanto irresponsabile di fronte al male.

Interessante, anche se marginale in questo contesto, è che il libro di Orwell ha lo stesso titolo del saggio : Nel ventre della balena, quando questo saggio non è né il primo né l'ultimo né il più lungo né il più importante. Ma la balena di Giona - secondo l'editore - è quella che avrebbe 'tirato' di più.


Troviamo Giona anche nelle opere di Albert Camus.

In una sua novella intitolata Jonas ou l'artiste au travaille, scritta nel 1952, vi si narra la vita di Gilbert Jonas, che - dopo un brillante esordio come pittore - pian piano inizia ad isolarsi dai suoi allievi, dai conoscenti, dalla sua splendida famiglia a causa di un incoercibile bisogno di solitudine. È convinto che in questo modo potrà dedicarsi meglio alla sua arte. A casa sua si fa addirittura un soppalco dove ritirarsi: a principio vi porta gli attrezzi del mestiere, poi non scende più neppure per mangiare, e si fa sporgere il cibo; alla fine, dorme nel soppalco e non ha più contatti con nessuno. Si ammala; e coloro che lo soccorrono scopriranno che la sua tela è rimasta bianca; ma poi, guardando bene, notano una parola scritta piccolissima, che non si decifra bene: è scritto 'solitaire' o 'solidaire'?

La conclusione è evidente: l'esilio a cui l'artista si è costretto non lo ha portato alla creatività come lui sperava, ma alla sterilità.

Un anno più tardi, Camus ridurrà questa novella a mimodramma intitolandolo Jonas. Cambierà la finale: la moglie, donna dolcissima e devota, trascurata, muore; Gilbert è disperato e sulla tela bianca dipingerà il viso della morta.

A noi interessa ora sapere se questi due lavori siano una lontana eco del libro biblico o se invece siano indipendenti.

Ebbene, non è solo il cognome del protagonista che ci indirizza verso la prima interpretazione, ma di più il fatto che la novella inizia con la citazione di Gn 1, 12: "Jetez moi dans la mer ... car je sais que c'est moi qui attire sur vous cette grande tempête ".

Qui, il soppalco rappresenta il "ventre della balena", in cui la solitudine è completa.

C'è poi una lettera a P.B. scritta da Camus il 15 febbraio 1953 che ci fa capire che la novella ha uno sfondo autobiografico: al destinatario della missiva, che gli rimproverava la sua 'solitudine altezzosa', risponde che avrebbe bisogno di tre vite e molti cuori per espletare tutto ciò che vorrebbe fare e per vedere di più i suoi amici. Ma non ha più tempo neppure di scrivere i suoi libri.... Ecco che appare chiaro come Camus invidiasse la solitudine che Giona aveva nella balena, pur rendendosi conto che l'isolarsi porta alla sterilità.

indice
INDICE

avanti
CAP. 1

avanti
CAP. 2

avanti
CAP. 3

avanti
CAP. 4

avanti
CAP. 5

avanti
CAP. 6

avanti
CAP. 7

avanti
CAP. 8

avanti
CAP. 9

avanti
CAP. 10

avanti
CAP. 11

avanti
CAP. 12

avanti
CAP. 13

avanti
CAP. 14

avanti
Appendici

avanti
Bibliografia

avanti
Allegati
Dietro dietro TOP avanti Avanti

© 2003 - M.M. Brandoni Arcidiacono